La religiosità dei giovani di Acireale

ACIREALE.  “La religiosità dei giovani di Acireale”, è stato il tema trattato nei giorni scorsi, nella basilica di san Sebastiano, da Barbara Condorelli, sociologa, vice preside dell’IIS Gulli e Pennisi di Acireale, Vicedirettore dell’Ufficio IRC di Acireale e Direttore Coordinamento Regionale IRC.

Un tema trattato con competenza, serietà e forte umanità che ha coinvolto ed emozionato i numerosi presenti.

L’incontro, inserito nel programma di “attività formative culturali” della basilica di san Sebastiano, curato da don Vittorio Rocca, decano della basilica e dal Mubass, ha registrato una buona presenza di pubblico che ha avuto modo di conoscere più da vicino, attraverso le parole della relatrice, una realtà che ci appartiene, ma di cui non sempre abbiamo conoscenza piena, anche perché non è facile “leggere” la società in cui ci troviamo, come ha spiegato la Condorelli:

Stiamo vivendo un tempo segnato dalla complessità, denso di profonde trasformazioni, di drammi umani e sociali, di inquietudini e tensioni, i cui segni si riflettono in un cambiamento di mentalità che ha invaso tutti gli ambiti della vita umana compreso quello spirituale. La categoria sociologica della “liquidità” individuata dal sociologo polacco Zygmunt Bauman per interpretare il tempo che viviamo, rappresenta proprio l’immagine perfetta di questa profonda invasione che ha toccato tutti gli spazi vitali dell’umano. È decisamente cambiato lo scenario all’interno del quale operiamo: viviamo in un contesto globalizzato, interculturale, plurale e mediatico dove si sono  registrati non solo cambiamenti radicali che hanno modificato le relazioni umane, ma hanno  prodotto anche la nascita di nuove emergenze sociali e di nuove povertà.”

E, in tutto questo, i giovani sono quelli che, forse più di ogni altro risentono di questi cambiamenti.

Non è necessario ricorrere a dati statistici o ad analisi sociologiche scientifiche, per comprendere che nella nostra società e nelle nostre realtà, sono venuti meno quei pilastri e quei paradigmi interpretativi,   che erano alla base della  società del passato. Le trasformazioni che ha subito la società, hanno fatto sì che Famiglia, giovani, lavoro, comunità, religione, chiesa, etnia, agenzie educative, politica, etc., possono essere oggi interpretate  solo se ricondotte all’interno di una caratteristica che non è provvisoria e passeggera, ma è strutturale e permanente ed è proprio quella della complessità sociale. L’uomo di oggi forse è diventato più libero. Più sicuro. Più adulto. Ma gli sono venuti a mancare quei riferimenti e quei punti di ancoraggio fondamentali per la sua esistenza e per la sua ricerca della felicità. Oggi sono venuti meno i valori assoluti, quei valori che trascendono l’uomo, valori oggettivi ed universali, e che rimangono eterni, per dar spazio a quei valori dettati dall’esperienza e dalla possibilità di sperimentazione, in cui tutto è lecito in quanto è il soggetto che stabilisce il limite della propria azione.”

A questo quadro così ben delineato, si aggiunge l’uso, spesso spropositato della rete, e di tutto ciò che essa comporta.

L’uomo, il giovane di oggi, diventa l’uomo, il giovane che si può perdere nel caos delle possibilità. Nel mondo della comunicazione multimediale e dei social-network, il volto dell’altro è diventato meno visibile, più astratto, meno presente, nonostante ogni giorno siamo coinvolti nelle informazioni sugli altri, sui loro destini, sulle loro sofferenze, la comunicazione mediale presenta l’altro come l’altro indifferente, sostituibile, liquido e superfluo. Oggi tutti associano la realtà giovanile con la realtà mediatica e virtuale, proposta dalla rete, ma cosa cercano i nostri giovani dietro il loro essere continuamente in fibrillazione comunicativa, che consentono di surrogare virtualmente identità, amicizie e condivisione, connessi con un mondo che vogliono conoscere ma che non riescono a cambiare? I Millennials, la generazione social, la generazione di mezzo, i neet, i nativi digitali, etc… Il 90,3% dei giovani possiede un account su facebook, l’iscrizione ai social è più diffusa nel sud.”

 

E se indietro non si torna, che legame vi è oggi tra i giovani e la fede, tra i giovani e la religione?

Un’inchiesta di qualche anno fa, comparsa nel Sole 24 ore, considerava i giovani come giovani “invisibili” perché senza lavoro, senza ideali, senza sicurezza, senza prospettive, ma aperti a nuovi saperi,  ai nuovi mestieri, con nuove abilità e tecniche. I giovani di oggi fragili e preziosi!!!! In questo scenario quale visione religiosa possiedono i giovani di oggi?  La cultura post-moderna si interessa al problema di Dio? Che ruolo gioca la fede nella vita dei giovani? Quanto incide nei loro comportamenti? Da una prima immediata risposta, si può certamente affermare che nonostante i giovani «navigano» tra esigenze del mercato globale e bisogno profondo di unitarietà, vivono una nuova forma di ateismo, non più ideologico ma esistenziale (cfr. A. Matteo). Vivono in un’era dove sembra che la fede non interessi più, dove si rimane indifferenti alla ricerca di Dio. Dato sovente ripreso nel Documento preparatorio al Sinodo, in quanto si preoccupa del fatto che i giovani stanno imparando non più, come qualche tempo fa, a vivere “contro”, ma a vivere “senza” quel Dio narrato dal Vangelo, nella chiesa. “Un Dio inutile”, per citare il titolo di un saggio di Borghi. La religione diventa una ricerca soggettiva, individualistica e gratificante che non si identifica nell’esperienza di fede capace di produrre una certezza superiore, ma si colloca in un desiderio di speranza che assume contorni sempre più soggettivi, lontani da qualsiasi riferimento comunitario. Cristo si – Chiesa no.”

La Condorelli ha ricordato, tra l’altro il ruolo che ciascuno di noi, genitore o educatore, è chiamato a svolgere: “Riappropriarsi del nostro ruolo educativo, la passione, l’impegno educativo sono la risposta alla fragilità che tutti stanno sperimentando oggi e soprattutto i nostri giovani.

Il criterio fondamentale assolutamente decisivo nell’itinerario educativo è che l’educazione è un problema di testimonianza. Come possiamo educare alla fede i nostri figli? Quali ragioni del credere in un tempo del non credere possiamo offrire oggi ai giovani? La nostra generazione è chiamata ad una responsabilità grande, se è vero che il Cristianesimo è quell’incontro che può dare senso a tutto, al nostro bisogno di felicità, allora è anche vero che quell’incontro lo dobbiamo far fare anche a i nostri figli.”

Rita Caramma